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Eparina: il farmaco contro l’embolia per combattere il coronavirus

Covid-19

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Updated on 29 November 2021 3:52

Primi riscontri positivi per quanto concerne l’utilizzo dell’eparina come farmaco per fronteggiare l’emergenza coronavirus…

L’Italia ha una nuova arma nella dura e complicata guerra lotta al coronavirus: si tratta dell’eparina, utilizzata in via sperimentale nei casi di polmonite interstiziale presso L’Ospedale di Castel San Giovanni (Piacenza). La terapia sfrutta da un lato il potere antinfiammatorio dell’eparina e, dall’altro, la sua capacità anticoagulante.

Cos’è l’Eparina? Si tratta di una sostanza anticoagulante somministrata a pazienti cardiopatici e/o persone che hanno subito interventi chirurgici per evitare il rischio di una trombosi ( processo patologico che consiste nella formazione di trombi all’interno dei vasi sanguigni).

A fornire maggiori delucidazioni sull’utilizzo di questo farmaco è stato Filippo Drago, docente di Farmacologia e direttore dell’Unità di Farmacologia clinica al Policlinico di Catania:

“Esiste l’evidenza che l’infezione possa, fin nelle sue fasi iniziali, ridurre la disponibilità di eparina endogena, poiché il virus si lega in prima istanza a questa sostanza. A questo si aggiunge il fatto che il virus penetra all’interno delle cellule endoteliali degli alveoli polmonari, provocandone la morte, e la reazione infiammatoria del tessuto complica il quadro di danno vascolare. L’evidenza clinica è che i pazienti Covid-19 vanno incontro a morte più probabilmente a causa di un’embolia polmonare (o altri gravi fenomeni trombo-embolici, quali l’infarto del miocardio) che per gli effetti dell’insufficienza respiratoria. Ecco perché è ragionevole pensare all’uso di enoxaparina (un’eparina a basso peso molecolare), in fase sia preventiva che terapeutica. Uno studio clinico, attualmente in fase di approvazione da parte dell’Agenzia del farmaco, prevede il trattamento di 300 pazienti con dosi basse (ad azione preventiva) e medio-alte (azione terapeutica) di enoxaparina per valutare la riduzione dell’incidenza di morte, ma anche dell’aggravamento del quadro clinico e del ricovero in reparti di rianimazione e terapia intensiva”.

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