5 Novembre 2022

Caso Paciolla: La famiglia,”vogliamo giustizia”

Lo scorso 19 ottobre, tramite la procura di Roma è stata chiesta l’archiviazione del caso Paciolla come “Suicidio”. La famiglia non ci sta: per loro la verità è un’altra. Pino Paciolla e la moglie Anna Motta sono convinti che questa sia soltanto una verità “credibile”. Ieri in occasione del festival del cinema sui diritti umani, hanno rilasciato un’intervista in occasione della presentazione del docufilm “Come Fuoco”. Di seguito ecco riportata l’intervista delle dichiarazioni della Madre di Mario Paciolla, Anna Motta.

“Un ragazzo empatico, gioviale e ironico, sin da bambino. A quattro-cinque anni già parlava con tutti, era vivacissimo, riempiva la casa con la sua allegria. Poi era un appassionato di basket, dopo che lo iscrivemmo ai corsi della parrocchia del Rione Alto ha giocato nella Flegrea Basket Napoli e nel Pozzuoli ma si lamentava di essere troppo basso. Gli dicevo: nella botte piccola c’è il vino buono ma lui: “tutto quello che vuoi, sempre curt’ rimango”. Però giocare come regista, quello che doveva passare la palla a chi poi faceva canestro, credo abbia contribuito ad accrescere la sua innata generosità”.

La madre ha proseguito raccontando ciò che suo figlio sarebbe voluto diventare, i suoi studi e le sue passioni.

“Aveva la passione per la scrittura e per i viaggi ma soprattutto voleva fare qualcosa per la pace, per avere un mondo migliore. Di qui è nato l’impegno per i diritti umani. Mio figlio ci ha creduto veramente: pensava di poter dare un contributo con la sua professionali. Ha studiato lingue e letterature comparate, scelse indiano e inglese. Poi per la specialistica passò a Scienze politiche con diritto internazionale. Iniziò poi come giornalista e attivista. Nel gennaio del 2015 fece domanda per la formazione con le “Brigate internazionali di Pace”, un’organizzazione non governativa canadese che protegge i diritti umani in diverse parti del mondo. Lo ammisero e seguì un lungo anno di full immersion. Mi disse: mamma parto per la Colombia”.

Prosegue poi sino all’ammissione alle Brigate internazionali di Pace, e la partenza per la Colombia.

“Quando partiva ero sempre preoccupata però lui aveva amici ovunque. Mi diceva: “non ti preoccupare, chist’è ‘o cumpagno r’’o mio”. E si ricordava di tutti. Pure l’ultimo Natale: mia figlia gli regalò il disegno di una libellula fatto da un’artista di strada e lui ne riconobbe lo stile: “chist’è ‘o cumpagno r’’o
“Partì nel marzo del 2016 firmando un contratto fino ad agosto 2018. È stato benissimo, lo sappiamo dalle foto che ci sono state mandate: sempre molto sorridente e felice, lo vedevamo entusiasta. Faceva lo scudo umano, stabiliva dei percorsi sicuri, non armato ma indossando solo il giubbotto delle Brigate di Pace. Quando il Papa arrivò in Colombia fu chiamato dal suo staff per organizzare percorsi in sicurezza. Poi decise di accettare la proposta di lavorare con l’Onu”.

La signora Motta racconta il primo periodo di lavoro con L’organizzazione delle Nazioni Unite

“Il primo anno lo trascorse in un campamento di militari, polizia e osservatori Onu nella foresta amazzonica, poi l’anno successivo si trasferì a San Vicente del Caguán, ai margini della foresta nell’appartamento dove sarà poi trovato morto. Mi diceva che non si trovava bene, non gli piaceva la squadra, chiedeva di andare in un altro posto ma non hanno mai accettato, gli dissero: ci servi la.
“Lì strutturò un progetto con i guerriglieri che volevano abbandonare la lotta, per trasformare il fiume Caquetà che serviva prevalentemente per il narcotraffico in un percorso di rafting. Riuscì a fare in modo che partecipassero anche ai campionati di rafting in Australia, tanto che loro quando è morto hanno dipinto il suo volto su un’enorme roccia in mezzo al fiume”.

Le prime preoccupazioni e perplessità dopo quella maledetta frase

“È stato quando venne a dicembre del 2019. Non lo vedevo da quattro anni. Mi disse: Mamma se l’Onu ci vuole tirare dentro io li lascio. E poi di non preoccuparmi, come sempre. Era partito a fatica, poi era arrivata la pandemia ma lui stava bene, non aveva mai dato segni di stanchezza. Stava studiando il francese, per prendere il titolo per l’insegnamento. E leggeva tantissimi libri: la Arendt, Terzani che considerava il suo ispiratore come pure Kapuscinski. E poesie, tra cui quelle di Brecht. Mario parlava inglese, francese, spagnolo, indiano e conosceva anche un po’ di arabo. Era stato chiamato all’Aia dove aveva presentato un progetto che era stato accettato. Sappiamo che nello stesso periodo aveva contattato la Croce Rossa e la Fao perché voleva tornare in Europa. Ci sono tante cose che non tornano. Non ci crediamo anche perché Mario aveva disdetto la casa e chiuso il conto in banca, voleva tornare. Venne ucciso nelle tre ore successive all’acquisto del biglietto per Napoli, preso a mezzanotte e mezza del 14 luglio 2020. Per poter venire in Italia la documentazione necessaria l’ha dovuta preparare l’Onu, che era l’unica organizzazione a sapere della sua partenza”.

Infine la madre lancia un appello, affinche questa storia possa essere letta o ascoltata da tutti; giustizia per Mario Paciolla

“Mio figlio era contrattualizzato con l’Onu colombiana, è paradossale che un’organizzazione nata per la difesa dei diritti umani non sia stata capace di tutelare la sua vita. Mario è morto e non so perché e dobbiamo avere una verità credibile, non ne accettiamo altre. Che la sua storia fosse conosciuta anche oltre i confini della Campania, come pure quella di Giulio Regeni e di tanti come loro. Bisogna comprendere che questi ragazzi non appartengono solo alle famiglie ma alla comunità: tutto ciò che succede loro può accadere a chiunque parta per l’estero anche per un viaggio di piacere. Occorre che ci siano leggi che li tutelino sennò chiunque si trovi in circostanze drammatiche all’estero non avrà mai giustizia o mai la verità”.

La speranza è che la verità su questo caso possa realmente saltare fuori, il comitato “Giustizia per Mario Paciolla” e la sua famiglia merita giustizia.

Fonte articolo: Il Corriere del Mezzogiorno.

Fonte foto: Il Fatto Quotidiano.

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