Pietrarsa, la prima strage operaia dimenticata dall’Italia

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A Pietrarsa, 4 operai morirono a seguito degli scioperi contro i tagli del personale del Real Opificio Borbonico. 152 anni dopo, Napoli ricorda la strage

Era il 6 agosto 1863. Sembrano anni lontanissimi eppure molto vicini a noi. Nessuno, o forse pochi, ricordano il secondo “primo maggio” della storia dell’Italia da poco unita. 152 anni fa un tragico evento scosse Pietrarsa, località situata tra Portici, San Giorgio a Cremano e il quartiere napoletano di San Giovanni a Teduccio. All’epoca, Pietrarsa era conosciuta da tutti per il Real Opificio Borbonico, voluto, appunto, da Ferdinando II di Borbone nel 1830 e passato alla proprietà di Jacopo Bozza qualche anno più tardi. Quest’ultimo, aveva dimezzato gli stipendi e tagliato progressivamente il personale, mettendo in ginocchio la produzione.

Il 23 giugno del 1863, con la promessa di reintegrare tutti gli operai licenziati, Bozza mette fine alle proteste del personale. In realtà le sue intenzioni erano tutt’altro che positive: l’idea era quella di elargire soltanto metà dello stipendio con il solo fine di attenuare l’ira degli operai. Una sorta di moderna cassa integrazione. La tensione si fece sempre più alta: i 458 operai in servizio era minacciati dal licenziamento e pagati con ritardo. Sui muri di Pietrarsa, comparvero i primi manifesti di protesta: «Muovetevi, artefici, che questa società di ingannatori e di ladri con la sua astuzia vi porterà alla miseria».

Il 6 agosto 1863 la situazione precipitò: alle due del pomeriggio, il capo contabile dell’azienda Zimmermann, chiese al delegato di polizia di Portici l’invio di almeno sei agenti, per controllare gli operai in sciopero per ottenere lo stipendio. La risposta erano stati altri 60 licenziamenti. Al primo allarme, ne seguì un secondo, più drammatico: «Non bastano sei uomini, occorre un battaglione di truppa regolare». Al suono convenuto di una campana, tutti gli operai, di ogni officina dello stabilimento, si erano riuniti nel gran piazzale dell’opificio. La polizia non bastava ad evitare il pericolo di incidenti e, per questo, furono allertati i bersaglieri.

L’obiettivo era circondare l’opificio, ma ai cancelli trovarono gli operai. La reazione fu assai violenta: una carica alla baionetta e poi spari alla schiena sui fuggitivi. Le forze dell’ordine parlano di soli due morti e di sei feriti trasportati all’ospedale ma il bilancio ufficiale fu di quattro morti: Luigi Fabbricini, Aniello Marino, Domenico Del Grosso, Aniello Olivieri. I feriti, ricoverati all’ospedale Pellegrini di Napoli, furono invece dieci: Aniello De Luca, Giuseppe Caliberti, Domenico Citara, Leopoldo Alti, Alfonso Miranda, Salvatore Calamazzo, Mariano Castiglione, Antonio Coppola, Ferdinando Lotti, Vincenzo Simonetti.

Tutto è riportato nell’Archivio di Stato di Napoli. A quei tempi, la vergogna per l’accaduto era troppa ed è per questo che la vicenda, per quanto tragica fosse stata, fu “ridimensionata” dagli uomini di Stato e dai giornali. Si parlò di “fatali e irresistibili circostanze” avvenute per mano di “provocatori” e “mestatori borbonici”. 

Nel 1875, gli operai di Pietrarsa furono ridotti a 100, due anni dopo lo stabilimento fu affidato in fitto per 20 anni alla Società nazionale per le industrie meccaniche. Fino al 1885, vennero realizzate 110 locomotive, 845 carri, 280 vetture ferroviarie, caldaie e vapore e altro materiale ed eseguite 77 riparazioni. Nel 1905 lo Stato si riprese la gestione diretta di Pietrarsa.

Per assenza di investimenti e abbandono, 70 anni dopo è stata decisa la sua chiusura definitiva.