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Crisi terapie intensive, i documenti che inchiodano Arcuri: “ha sprecato tre mesi”

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Updated on 22 October 2020 21:37

Il commissario all’emergenza Domenico Arcuri è nell’occhio del ciclone per la crisi delle strutture ospedaliere: avrebbe sprecato tre mesi, firmando la delega per l’attuazione dei progetti delle regioni soltanto il 9 ottobre scorso

Fin dall’inizio dell’emergenza sanitaria, la comunità scientifica è stata abbastanza concorde sull’ondata di ritorno della diffusione del virus. La cosiddetta “seconda ondata” sarebbe arrivata (come difatti è avvenuto) in seguito all’ammorbidimento – eufemismo – delle misure restrittive avvenuto durante l’estate. Situazione che sarebbe degenerata (come difatti sta avvenendo) con il circolare anche dei “tradizionali” virus influenzali. È un fatto che, se la curva epidemiologica dovesse continuare a salire con questa rapidità, l’attuale disponibilità di posti in terapia intensiva sarà insufficiente. Eppure c’è chi, come Domenico Arcuri, commissario straordinario all’emergenza, ha avuto tempo (durante il calo estivo dei contagi) e spazio (decisionale) necessari per poter agire.

Proprio Arcuri, stando alla ricostruzione dei fatti di Domani, avrebbe sprecato tre mesi utili per poter fornire alle regioni i mezzi per riorganizzare gli ospedali e aumentare la disponibilità in terapia intensiva. Proprio le regioni, per tramite del Ministero della Sanità, avrebbero consegnato a luglio i progetti per poter usufruire dei fondi (1,1 miliardi) stanziati dal Governo. Ma la firma del commissario per la concessione della delega, unico passaggio mancante per far partire i lavori, sarebbe arrivata solo il 9 ottobre scorso.

I fatti

Il 19 maggio, il governo, con il decreto legge 34, alleggerisce le misure restrittive che sono state in vigore durante la fase più acuta della pandemia. All’interno del testo si legge della concessione alle amministrazioni regionali di 30 giorni di tempo per riorganizzare il numero di posti letto in terapia intensiva. L’obiettivo è quello di raddoppiare questi posti, portandoli da 7 a 14 ogni 100 mila abitanti.

L’esecutivo stanzia 1,1 miliardi per i piani e per la loro attuazione. Quasi tutte le Regioni (18) presentano i progetti entro i tempi stabiliti. A quel punto, il Ministero chiede ad alcune amministrazioni di effettuare delle integrazioni. Il 17 luglio i piani vengono integrati ed entro il 24 approvati dal Ministero.

A questo punto i documenti sarebbero stati inviati sia agli uffici centrali di bilancio e alla Corte dei Conti, sia alla struttura coordinata da Domenico Arcuri. Nello specifico, il commissario avrebbe ricevuto già il 3 luglio i piani di Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Marche, Umbria, Veneto e delle due province di Trento e Bolzano. L’ultimo piano, quello della Campania, arriva il 24 luglio. Esattamente 5 giorni dopo (il 29 luglio) arriva l’approvazione della Corte dei Conti e le regioni vengono informate dell’avvenuta bollinatura.

I piani fermi per tre mesi sulla scrivania di Arcuri

Da quel momento, i lavori di ristrutturazione previsti sarebbero potuti partire. Dalla Presidenza della Regione Abruzzo fanno sapere che le amministrazioni locali hanno più volte chiesto – in virtù dell’immobilismo – la delega dal commissario per poter gestire la riorganizzazione in autonomia. Ma nessuna risposta sarebbe arrivata da Arcuri fino al 9 ottobre scorso, due mesi dopo che la corte dei Conti aveva registrato l’ultimo progetto, quando il commissario avrebbe finalmente firmato le ordinanze di delega ai presidenti di regione che avevano chiesto di gestire i progetti.

Non solo. Nello stesso giorno, Arcuri avrebbe firmato anche le nomine per le regioni che quella delega non l’avevano chiesta. Intanto, con la curva dei contagi in continua crescita esponenziale, la paura di arrivare alla saturazione delle terapie intensive diventa sempre più concreta. In questa situazione sembrano ritornare i fantasmi delle “scelte” che i medici potrebbero trovarsi ad affrontare fra chi curare e chi no. E se dovesse accadere, chi ne risponderà?

LEGGI ANCHE: MASSIMO GIANNINI IN TERAPIA INTENSIVA: “LE COSE NON STANNO ANDANDO COME DOVREBBERO”

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