Salvatore Esposito ai microfoni di ZON

Conoscere la criminalità per difendere la legalità – intervista all’attore Salvatore Esposito, il Genny Savastano della serie Gomorra

 

Questa mattina, in occasione del convegno “Conoscere la criminalità per difendere la legalità” organizzato dall’ASG dell’Università degli Studi di Salerno, ZON ha avuto l’opportunità di intervistare l’attore Salvatore Esposito, presente in veste di relatore.

Oltre all’attore, il giudice Gaetano Sgroia, il professor Antonino Sessa, e il giornalista de “Il Mattino” Antonio Manzo. Moderatore5aaec562e61eecac4b57341d422010a7 Fabio Coppola, ricercatore in diritto penale. Dopo i saluti del Magnifico Rettore Tommasetti, si è svolto il convegno che ha sviscerato alcuni dei comportamenti tipici della criminalità organizzata, che parte dall’assunto che tutto le è dovuto, anche vivere del lavoro altrui con il pizzo, una della pratiche mafiose più ignobili perché perpetrata nel tempo grazie alla forza dell’intimidazione.

Nascondere il problema, tacendone l’evidenza, vuol dire esserne complici, e appaiono quindi incomprensibili le critiche a Roberto Saviano, reo secondo alcuni di voler spettacolarizzare ed ingigantire il problema camorra in Campania. Un tessuto malato quello di alcune realtà campane che incancrenisce anche il mondo politico, troppo spesso disposto a scendere a compromessi con soggetti del malaffare in cambio di voti, come dimostrato da tante inchieste della magistratura campana. Troppe le amministrazioni sciolte per camorra, troppe le connivenze anche nel mondo della sanità e degli appalti, dove ci sono forti interessi, la camorra cerca di infiltrarsi spesso contando sull’appoggio di persone insospettabili.

11198514_10152923687364405_949647343_nLa legalità dunque non deve essere un valore astratto ma un modo di vivere la società civile che deve essere insegnato ai bambini, dalla famiglia e dalla scuola. E proprio la scuola è l’ultimo baluardo di legalità in alcune periferie degradate, dove la delinquenza detta legge e dove i bambini sin da piccoli respirano l’aria mefitica della camorra. La vita di un camorrista inizia con una festa e finisce con un funerale, questa massima racchiude in modo sintetico e chiaro la parabola di vita di una persona dedita al fare mafioso, che condanna a una vita apparentemente agiata, ma carica di tensioni e dal destino infausto: o la galera o la tomba. Basti d’altronde pensare alle modalità di arresta di capi storici, stanati in vecchi fienili senza luce e acqua o nascosti in sottoscala come topi per palesare la vera realtà di coloro che vengono definiti boss.

Toccante la testimonianza del giudice Sgroia che ha raccontato di un suo amico ucciso dalla camorra e il cui ricordo è per lui ancora di sprone a battersi con grande impegno per far trionfare una idea di legalità concreta e attuale.