26 Novembre 2020

Maradona, il rivoluzionario che ha “giocato contro tutti” per il suo Napoli

Diego Armando Maradona allo stadio San Paolo di Napoli per la partita in onore a Ciro Ferrara (AP Photo/Salvatore Laporta)

Maradona

Maradona è morto, ma non la rivoluzione che ha portato con sé. Il rivoluzionario che ha “giocato contro tutti” per Napoli e per l’Argentina

“Maradona è morto”. Così la testata argentina Clarìn, nel bel mezzo di un anonimo  pomeriggio di novembre, con l’Italia quasi ovunque trasformata in zona rossa, piegata e piagata da un virus che tante anime ha portato via con sé.

“Maradona è morto”. I cieli della Campania erano tersi, l’aria del popolo stanca, rallentata dal lockdown ‘dolce’ delle ultime settimane. Neanche un caffè al bar con gli amici dopo il lavoro. Subito a casa, ché possiamo beccarci il virus e non lo sappiamo mica se la svangheremo.

All’improvviso, nel bel mezzo della solita routine irriflessa di un grigio mercoledì pomeriggio tardo autunnale, i telefonini vibrano, i display si illuminano, gli occhi si bagnano, il cuore accelera i suoi battiti: “Maradona è morto”.

A Napoli il tempo si ferma, i polmoni di un intero popolo smettono di respirare. La ragione tenta di formulare la frase, di capirne il senso, di cercarne un senso logico.

“Maradona è morto”. No, non è vero, sarà una delle solite notizie che circolano su di lui. Ogni tanto viene fuori che è in fin di vita, ma gli dei non muoiono mai. Lui non muore mai. Lui non può morire.

Milioni di persone si improvvisano detective da tastiera: hanno fame e sete di risposte, hanno fame e sete di verità, hanno il desiderio ardente di smentite ufficiali.

Nulla, solo la notizia, che rimbomba nella testa, che rimbalza di testata in testata.

Non può essere vero, la fonte è sempre la stessa, nessuna conferma ma, quel che è peggio, nessuna smentita.

Ed allora si attende, il cuore si ribella a questa verità, siamo tutti increduli, indisposti ad accettare che sia finita l’epoca dei sogni.

Il tam tam non si ferma, va spietatamente avanti, si arricchisce di conferme da parte di testate ritenute universalmente affidabili.

Ci dev’essere un errore. Forse sta male, ma ce la farà, anche questa volta. Lui ce la fa sempre.

Ed invece no, i tg imperversano. L’aria greve di giornalisti sortivi e non fa capire che no, purtroppo non ce l’ha fatta, stavolta. Che è tutto vero: Maradona non c’è più.

Napoli piange la sua creatura più bella, il suo scugnizzo dall’anima fragile, il suo supereroe in azzurro e scarpette da calcio.

I napoletani si riversano nelle strade, in un piazzale Tecchio che è stato per 7 anni l’anticamera di casa sua.

Portano fiori, candele, lumini, fotografie, sciarpe, magliette del proprio eroe.

Portano dolore, lacrime composte, silenzio.

Mascherine in volto, e il senso di perdita negli occhi.

Ci sono anziani, adulti, donne, bambini di ogni estrazione sociale: “Maradona è trasversale“, dicono in TV.

Maradona è Napoli. Napoli è Maradona.

Napoli gli è stata accanto da quel lontano 5 luglio 1984, quando Maradona ha avuto modo di incontrare per la prima volta i suoi tifosi, e di innamorarsene perdutamente.

E Maradona ha saputo amare realmente, lealmente, profondamente il popolo napoletano.

Ha saputo amarlo senza tradirlo.

Ha saputo amarlo sempre, visceralmente, guerriero impegnato nella faticosa impresa di riscattare un intero popolo da un ruolo che gli avevano cucito addosso altri, che quel popolo non lo conoscevano e non lo amavano.

Credo che oggi abbiamo capito che stiamo giocando contro tutti quanti. Non si gioca solo con l’Inter, si gioca contro tutti quanti, perché oggi abbiamo capito in campo che non stavamo giocando solo contro la Fiorentina“.

Così Maradona il 4 gennaio 1987, al termine di Fiorentina – Napoli, chiusa con un discussissimo 3-1, con un contestatissimo arbitro Lanese, che aveva annullato un gol a Napoli, a cui – tra l’altro – non aveva concesso un rigore.

Aveva coraggio, Maradona: diceva sempre ciò che pensava, non temeva di mettersi contro i potenti. Le seduzioni dei potenti non l’hanno mai attirato.

Nessuno è riuscito a fare di Maradona un semplice top player, magari un po’ esuberante, ma gestibile, pedina nelle mani del sistema.

Maradona non era un semplice “top player”, come si dice oggi.

Maradona era la passione per il calcio, per il pallone che rotola restituendo giustizia e amore, era il rivoluzionario che non ha paura di difendere gli oppressi, di combattere accanto ai depredati, di impegnarsi politicamente.

Maradona era un campione che non sacrificava all’altare della sua icona l’essenza più limpida e vera della sua anima, la verità dei suoi pensieri.

Ed è per questo che ieri è andato via non solo il giocatore più entusiasmante di tutti i tempi, ma l’uomo che ha avuto il coraggio di essere se stesso, al di là del bene e del male, categorie in cui non ha mai accettato di incasellarsi ed essere incasellato.

Maradona ha proclamato la sua immortalità già in vita, la riconferma nella morte.

Rivoluzionario che ha combattuto “contro tutti quanti”, per il suo Napoli, per la sua Argentina, per il senso genuino di un pallone che travalica il campo e cavalca verso l’immortalità di un ideale senza tempo.

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