7 Marzo 2020

La peste a Napoli: come la città fronteggiò l’epidemia

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Coronavirus a Napoli? Nel corso del tempo la città si è trovata a fronteggiare un flagello ben più grave: l’epidemia di peste del 1656

Epidemia o pandemia? Questo Nuovo Coronavirus sta mettendo alla prova la sanità mentale dei cittadini italiani. Si oscilla da un estremo all’altro, tra chi crede che non sarà mai colpito e fugge per sciare, a chi si barrica in casa con mezzo reparto frigo del supermarket sotto casa sua.

La città di Napoli, nel tempo, si è trovata a fronteggiare un flagello molto più importante: parliamo della peste nera del 1656. Una malattia che a noi può risultare lontana per molti aspetti, e che abbiamo potuto conoscere solo da lontano tra testimonianze e film storici.

Non tutti sanno che l’ultima grande epidemia nota della malattia risale al 2009, quando diverse persone morirono nella provincia del Qinghai, nella Cina nord-occidentale. L’ultimo caso di peste bubbonica risale al 2014, nel nord-ovest del Paese, conclusosi con la morte della persona malata.

La peste del 1656

L’epidemia di peste del 1656 colpì parte dell’Italia, in particolare il Regno di Napoli. Pare che la malattia a Napoli fosse arrivata dalla Sardegna, provocando circa 240 000 morti su un totale di 450 000 abitanti. Nel resto del regno il tasso di mortalità oscillava fra il 50 e il 60% della popolazione.

Ma come si diffuse? La malattia partì dalla Spagna, transitando velocemente in Sardegna nel 1650. Napoli, come tutte le altre regioni d’Italia, venendo a conoscenza della notizia, decidono di escludere ogni contatto con l’isola. Tuttavia i contatti via mare tra Sardegna e il Regno di Napoli tardarono a chiudersi.

I primi episodi cominciarono a registrarsi già nel gennaio 1656 e interessarono soprattutto la parte povera della città. I napoletani non conoscendo la vera causa cominciarono a cercare spiegazioni. L’ordine sociale dei nobili tentò di spiegarlo come una vendetta divina, altri invece incolpavano il baccalà a basso costo consumato dai popolani, altri invece prendevano di mira gli ebrei.

Classismi e razzismi erano propinati quattro secoli fa esattamente come oggi, l’unica differenza è che nel 1600 non esisteva Facebook e il giornalismo online.

Il miracolo dei monaci di San Martino salvati dalla peste

L’ordine ecclesiastico esercitava la preghiera come metodo di salvezza. All’epoca si pensava che i Monaci Certosini, residenti alla certosa di San Martino, grazie alla preghiera e alla vita casta, sarebbero stati gli unici ad essere salvati. E infatti fu così, ma la spiegazione è ben più banale e non riconducibile all’estremismo religioso.

Un estratto di un racconto del libro “I luoghi e i racconti più strani di Napoli” di Marco Perillo, tratta proprio di questo argomento: « I monaci e tutti i protetti di san Martino rimasero immuni semplicemente perché, essendo isolati dal resto della città, avevano una consistente autonomia idrica e alimentare. Cisterne e cantine non contaminate, costantemente riempite dall’acqua piovana, garantirono loro la sopravvivenza in quei mesi terribili, fino a quando, il 14 agosto di quell’anno, un fortissimo acquazzone non spazzò via il morbo. »

Insomma cittadini, non disperate. Se è passata la peste nel 1600, in cui le condizioni igeniche erano disastrose e l’ignoranza dilagava, Napoli supererà anche questa.

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