11 Novembre 2022

Il calcio nel suo Ventre: “Carlos Tevez, fuerte apache siempre”

La tenacia, sguardo rosso e assatanato, grinta, cattiveria. Queste qualità mentali, con l’aggiunta di una grande sensibilità palla al piede; formano un grande campione.

Carlos Alberto Tevez nasce in Argentina il 5 febbraio 1984. Precisamente a Ciudadela, una piccola cittadina che si trova nella parte meridionale del “Partido di Tres de Febrero”, uno dei 24 dipartimenti che formano la cosiddetta “Grande Buenos Aires”.

Muove i suoi primi passi calcistici nelle giovanili dell’All Boys, per poi essere notato dagli scout del Boca. Da li in poi, il nome di Carlitos Tevez verrà scoperto dall’intero globo. Baricentro basso, corporatura minuta, ma fisicamente impegnativo da spostare nei contrasti.

Il Barrio “Fuerte Apache” nel quale è cresciuto, è stata una vera e propria scuola di vita; nella quale imparare a sopravvivere e farsi valere. Quel quartiere, istituí un patto di sangue che mai si scioglierà. Al punto tale da diventare il soprannome di Carlos.

Gli esordi alla Bombonera, in maglia Boca, e l’allora stramba scelta del Corinthians; sono il trampolino di lancio dell’Apache Tevez. Dopo le prime 2 esperienze in sudamerica, tra xeneizes e Timão; il bottino è di 51 gol. Nel 2007, l’approdo in Europa di Carlitos; 1 singola stagione al West Ham. E poi la grande occasione, quella che vale una carriera; al Manchester United.

All’Old Trafford, l’Apache è un maestro di calcio; incanta ogni settimana i quasi 75mila. Giocate, dribbling, e dimostrazioni delle sue infinite qualità. Ma la sua piú potente, è la spietatezza e rabbia sotto porta; ogni conclusione racchiude la grinta e la convinzione di voler arrivare in alto. La stessa grinta che lo porta a conquistarsi nella stagione 2007/8, la UEFA Champions League. In finale con la maglia rossa di Manchester, sfida probabilmente il miglior Chelsea di sempre; ai calci di rigore il primo centro della serie vincente sarà proprio dell’Apache.

Uno dei pochi difetti di Carlitos Tevez, forse è quel carattere molto fumante e spesso imprevedibile, che nell’estate 2009 stupì tutti. Appena dopo due stagioni passate ai Red Devils, ed una Champions League vinta, decide di esser protagonista di uno dei trasferimenti piú controversi di sempre. Carlos Tevez approda al neo-milionario Manchester City, che sembra avere un progetto molto ambizioso; ma soprattutto grande disponibilità economica. Per l’epoca una cifra record di 29,9 milioni di Euro, sborsati dal club dell’Emiro. Da quel momento, la tifoseria dei red devils non guardò piú Tevez con gli stessi occhi.

Se possibile, le qualità di Tevez, con quel macigno sulle spalle; sono ancora più frutto di dono naturale, un’attaccante straordinario. Tra City, United e West Ham saranno 84 i centri in Premier League. Nel 2013 decide di dover mostrare le sue qualità anche in Serie A. Sceglie la Juventus di Antonio Conte, ancora oggi, nella Torino a strisce; l’Apache è rimasto scolpito nella storia del club. 2 stagioni, 66 presenze e 39 reti.

Dal 2015 in poi, la lenta uscita di scena dell’Apache. Sceglie lo Shenhua in Cina, per poi fare una scelta di cuore; il ritorno a casa al Boca Juniors. Un calciatore che ha vinto tutto ciò che era possibile vincere. Certo, da lui ci si sarebbe aspettata anche una grande carriera con l’Albiceleste; ma nella vita non si può ottenere tutto.

Il suo ritiro dal calcio giocato nel 2021, ha segnato per sempre Carlos nel personale; e tutti quelli che ne erano calcisticamente innamorati. La perdita del padre adottivo, per Tevez fu devastante; a tal punto da diventare il principale motivo del suo addio alla “pelota”.

“Sono in pensione, lo confermo. Ho smesso di giocare perché ho perso gli stimoli e, soprattutto, il mio più grande tifoso.”

La voglia di azzannare i problemi, sbranarli e vendicarsi a suon di gol. A questo mondo dovremmo tutti essere come Carlitos Tevez.

Carlos Alberto Tevez, Fuerte Hapache siempre.

Questo é “Il calcio nel suo Ventre”. Un racconto di pancia, che da ascolto alle emozioni, con un pizzico di romanticismo e nostalgia. Perché non c’è nulla di piú romantico di un pallone che si insacca, accolto dal boato della curva.

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