Gabriele Finaldi, direttore della National gallery ed eccellenza napoletana nel mondo



gabriele finaldi

Lo storico dell’arte Gabriele Finaldi, di origini napoletane, è stato ufficialmente nominato direttore della National Gallery a Londra. In un’intervista al Corriere del Mezzogiorno racconta del forte legame con le sue origini

Noi napoletani abbiamo un rapporto tormentato con la nostra terra, di amore-odio, che anima soprattutto i giovani, spesso combattuti sulla decisione di partire o meno per andare via per completare gli studi o cercare lavoro.

Il consiglio di un classico “cervello in fuga” come Gabriele Finaldi, egregio storico dell’arte da poco scelto come direttore della National Gallery, è quello di perseguire le proprie passioni con impegno e sacrificio, anche se questo debba significare di partire.

La sua storia è molto particolare: la sua famiglia è originaria di Poggiomarino, un paesino alle pendici del Vesuvio, ma lui è nato a Londra. Lì ha cominciato gli studi, anche se ha frequentato la terza media qui in Campania, dove ritornava spesso e volentieri con la famiglia per le vacanze estive o per periodi più lunghi. Sono stati proprio questi viaggi a farlo appassionare dell’arte, specialmente di quella italiana. Dopo la laurea conseguita a Londra, Finaldi si specializzerà a Napoli su Jusepe de Ribera, un personaggio del quale Finaldi rappresenta l’immagine speculare. Ribera, infatti, dalla Spagna viaggia sino a Napoli, dove diventa famoso nel mondo dell’arte e diventerà padre di sei figli, Finaldi, invece, da “quasi napoletano”, compie lo stesso viaggio all’inverso e diventa padre di sei figli.

Raccontandosi al Corriere del Mezzogiorno, parla del suo legame con le origini napoletane: “Sono cresciuto con la musica, la cucina, le abitudini italiane, in una larga famiglia. Ogni ritorno in Italia d’estate, era un’occasione per vedere da vicino Botticelli, Michelangelo, Caravaggio.”

Non può che essere un onore per noi napoletani perché Finaldi rappresenta senza dubbio un’eccellenza italiana e napoletana anche non avendo vissuto tutta la sua vita a Napoli ma nonostante ciò sentendo l’influenza delle abitudini, degli usi ma soprattutto della cultura di quella che per lui rappresenta una patria.

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