Truffa del finto carabiniere: 49enne napoletano incastrato dal DNA su un cappello
L'episodio risale al maggio dello scorso anno. L'uomo, pluripregiudicato, aveva sottratto gioielli per 10mila euro approfittando di un momento di distrazione della vittima. L'analisi scientifica sul reperto ha permesso ai Carabinieri di chiudere il cerchio.
Truffa del finto carabiniere – Un errore fatale durante la fuga e le sofisticate analisi scientifiche hanno permesso di dare un nome e un volto all’autore di una vile truffa ai danni di una coppia di anziani. Un 49enne nato e residente a Napoli, già noto alle forze dell’ordine e pluripregiudicato per reati contro il patrimonio e truffe simili, è stato identificato e denunciato a piede libero dai Carabinieri di Vicenza.
A incastrarlo in modo inconfutabile è stato l’esame del DNA condotto dal Reparto Investigazioni Scientifiche (RIS) di Parma su un indumento smarrito dal malvivente sul luogo del delitto.
Truffa del finto carabiniere, la dinamica del raggiro: il colpo da 10mila euro
I fatti risalgono al maggio dello scorso anno, quando l’uomo ha messo in atto la famigerata tecnica del “finto carabiniere” nella città di Vicenza. Con un abile pretesto telefonico, il truffatore è inizialmente riuscito a convincere il marito dell’anziana a uscire di casa per recarsi presso la sede locale dell’ACI, lasciando così la consorte da sola nell’abitazione.
A quel punto, il 49enne si è presentato fisicamente alla porta della donna. Approfittando di un suo momento di distrazione e carpendo la sua buona fede, il finto militare è riuscito a trafugare gioielli e preziosi per un valore stimato di circa 10.000 euro.
La fuga, il reperto e l’esame del RIS di Parma
Subito dopo aver messo a segno il furto, l’uomo si è dato alla precipitosa fuga. Proprio in quei momenti concitati, tuttavia, ha inavvertitamente perso il proprio cappello, lasciandolo nei pressi dell’abitazione delle vittime.
Il copricapo è stato tempestivamente recuperato e sequestrato dai Carabinieri di Vicenza, che lo hanno inviato ai laboratori del RIS di Parma per le analisi biologiche. L’estrapolazione e la successiva comparazione del profilo genetico non hanno lasciato spazio a dubbi: il DNA apparteneva al 49enne partenopeo, permettendo così agli investigatori di chiudere il cerchio e deferire l’uomo all’Autorità Giudiziaria per i reati commessi.
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