Proteste carovita, l’orizzonte è sempre più impervio
L'analisi del periodo storico in Italia.
Fonte foto: Pexels.com. Fotografo: William Gevorg Urban.
PROTESTE CAROVITA, L’ORIZZONTE È SEMPRE PIÙ IMPERVIO
Siamo tornati alla normalità. Tutti felici e contenti. Così ci vorrebbero. Dalle favole alla realtà. Come si fa ad esserlo con stipendi fermi a trenta anni fa. Con la benzina sopra i 2€/L e il gasolio a 2,50 €/L e il carovita che pesa sulle famiglie?
File ai distributori, traffico, risse e ladri di bocchettoni. I Carabinieri verificano l’approvvigionamento dei farmaci e provano a gestire l’ordine pubblico con fatica ed incredulità anche a notte fonda. Proteste pacifiche, spontanee e sacrosante. Da Siracusa al basso Lazio mentre in mainstream ci sono le vetrine di Milano. L’Italia spaccata in due, come al solito. Con l’ottavo decreto sicurezza dell’esecutivo, più attento ad anestetizzare l’ascesa intestina del generale che alla risoluzione delle criticità. Bambini incappucciati e viziati giustamente da condannare ed educare senza la retorica dell’origine, della pelle e del divieto social. In secondo piano gli autotrasportatori, perché non conviene evidenziare il dissenso. L’equazione è semplice. Il grido d’allarme del Sud è sempre associato alla malavita. Che in realtà lucra quando le merci circolano e ci sono affari. Frase ad hoc da inserire come il cacio sul pepe, a proposito del Made in Italy. Le fake news circolano più rapidamente di caccia militari a spese dei contribuenti in Medio Oriente. A danno degli investimenti in sanità e scuola.
Proteste carovita, il monito del Governo Meloni
Il popolo però percepisce un’atmosfera differente. Con timori e disagi, certo. Ma anche solidarietà con chi lavora a chilometri di distanza dalle famiglie. E riesce a stento a sopravvivere. Facile puntare il dito, sgonfiare e strumentalizzare le rimostranze come assemblee permanenti contro il Governo Meloni. Minimizzando le richieste, con focus del credito di imposta assente in alcuni contesti. Le menti calde minacciano chi vuole lavorare. E dunque spazio a nuovi reati. Soffocando chi a ragion veduta chiede aiuto con dignità. Blocchi rimossi senza grandi risultati. Con promesse da sfruttare in sede di campagna elettorale. Come (il)logica becera e populista. Come istinto primordiale di soggiogamento. Bisogna adeguarsi ed attrezzarsi ed accettare la precettazione. In silenzio, perché chi alza la voce è un facinoroso. Guai a mettere in dubbio le politiche del tycoon che gravano sul caro energia. Chi racconta il genocidio è antisemita. Strategie con minimo comun denominatore l’odio, la repressione e le scarse risposte ai giovani, alle PMI e alle famiglie. Scherniti, abbandonate e vessate. Il sussidio ai camionisti risolve poco. Come acqua fresca su una ferita profonda. Che necessita altro trattamento. Sono soluzioni tampone. Che incrementano la rabbia e il dolore.
Il gap tra ricchi e meno abbienti aumenterà come il buco dell’ozono. Perché la tutela delle fasce più deboli interessa allo stesso modo del cambiamento climatico. E delle politiche green. Tranquilli, non c’è nessuna rivoluzione all’orizzonte. Il campo largo e l’esecutivo più longevo e poliziesco della storia repubblicana italica non hanno il bagaglio culturale e le competenze per invertire la rotta. Possiamo sorridere e tornare a parlare di Garlasco e dei polmoni di Leone. È tutto vero, siamo tornati alla normalità. E stavolta fa più male di prima.
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