23 novembre 1980, #accaddeoggi. “Fate presto”, il ricordo del terremoto in Irpinia

23 novembre 1980

A 39 anni di distanza da quel 23 novembre 1980, è ancora vivo il ricordo di uno dei terremoti più devastanti degli ultimi 100 anni…

23 Novembre 1980: sono circa le 19.30 quando la terra comincia a tremare sotto i piedi degli abitanti della Campania e della Basilicata.

Un minuto e mezzo di terrore, con palazzi e strade che crollano a seguito di un devastante terremoto con epicentro tra i comuni di Teora, Castelnuovo di Conza, e Conza della Campania.

Le proporzioni della catastrofe non furono avvertite nell’immediato, ma qualche giorno dopo Il Mattino parlava di 10000 morti e circa 250000 persone rimaste senza una casa.

“Fate presto, per salvare chi è ancora vivo e per aiutare chi non ha più nulla”

I soccorsi furono lentissimi, complice anche l’inesperienza della protezione civile che si era in precedenza trovata a fronteggiare, con spiccata inefficienza, soltanto i terremoti del Belice e del Friuli.

Le caratteristiche del terremoto: la sua magnitudo, ancora oggi molto dibattuta, fu molto probabilmente vicina al 7.0, la sua profondità all’incirca 32km e la sua durata ben 90 secondi, un minuto e mezzo durante il quale furono cancellati decine di paesi, che “inghiottirono” diverse migliaia di corpi, mai ritrovati. Il numero di morti fu invece vicino ai 3000 (non 10000 come molti sostengono tutt’oggi).

Tra le tante testimonianze di quel 23 novembre 1980, abbiamo scelto quella di una donna, allora quattordicenne, che riportiamo integralmente:

Era stata una giornata mite e avevo deciso, insieme a mia sorella (di tre anni più grande), di passare una serata in compagnia di alcuni amici. Eravamo andati a Torre del Greco con un amico di mia sorella che aveva la macchina. Guidava lui. In quel momento eravamo fermi in Piazza della Stazione. Mia sorella e la sua amica stavano parlando fra loro, mentre il ragazzo alla guida, di cui non ricordo né il nome né il volto, fumava una sigaretta. Io ridevo: ero felice, anche se il giorno dopo sarei dovuta tornare a scuola senza aver fatto i compiti. Quel pensiero mi rese un po’ preoccupata, e mentre pensavo alla faccia che avrebbe fatto mia madre, quando l’indomani avrei portato a casa una bella nota, avvertii un rombo, come se si stesse creando il vuoto intorno a me. Subito, la macchina iniziò ad oscillare vertiginosamente. Sembrava che gli altri fossero troppo impegnati nelle loro azioni, quando d’un tratto le luci della stazione si spensero. Allora fu il panico. Mia sorella e la sua amica si precipitarono fuori dall’auto. Io rimasi immobilizzata dal terrore per qualche istante, mentre vedevo che le persone si riversavano in strada, confuse e spaventate, mentre la terra continuava a tremare. Il ragazzo alla guida scese dall’auto e aprì la portiera posteriore dal mio lato e mi afferrò per un braccio. Ci guardavamo intorno, mentre i lampioni spenti continuavano a muoversi come fragili spighe di grano scure mosse dal vento. La cosa che non dimenticherò mai è il rumore: quel suono sinistro, metallico e terrificante che era tutt’intorno a noi. Dopo circa un minuto, da quando ero uscita dalla macchina, la scossa andò affievolendosi e il rumore si fece sempre più distante, lasciando solo le urla incredule delle persone terrorizzate. Mia sorella chiese al ragazzo di accompagnarci a casa, a Torre Annunziata, ma lui, che viveva a Torre del Greco, voleva andare a casa sua, dalla sua famiglia. Così, io, mia sorella e la sua amica, ci mettemmo a bordo strada e cercammo un passaggio. Sembrava che nessuno ci vedesse: ognuno pensava a sé e ai suoi cari in quella circostanza. Quindi dovemmo tornare a piedi, nel buio di quella strada, illuminata solo dai fari delle macchine che sfrecciavano da nord a sud e da sud a nord: chi scappava e chi cercava gli amici dispersi; chi si allontanava dal luogo dell’epicentro e chi cercava di raggiungerlo per soccorrere i feriti e gli sfollati. Noi ancora non sapevamo dove si fosse verificato il terremoto, ma era chiara anche a me, nonostante la mia giovane tà, la gravità dell’evento. Dopo due ore arrivammo alle porte della città. L’amica di mia sorella ci salutò e andò dalla sua famiglia. Io e mia sorella abitavamo nella zona sud della città. Quando entrammo nel nostro quartiere vedemmo tante persone per le strade. Sembrava una manifestazione organizzata: non avevo mai visto così tante persone insieme. Intere famiglie che camminavano su e giù per le vie, come fantasmi. Chi disperato, chi felice di essere scampato alla morte, ma comunque tutti in strada, vicini. Arrivate sotto casa nostra vedemmo mio padre che usciva dal palazzo con qualche provvista di cibo e poche altre cose. Le caricò in macchina. Mia madre ci salutò, commossa e felice di rivederci. Aveva in braccio la nostra sorellina più piccola: aveva appena compiuto un mese. Attaccato alle gambe di mia madre c’era nostro fratello minore, aveva sette anni. Mio padre chiamò gli altri nostri due fratellini, avevano dieci e dodici anni e stavano giocando in mezzo alla gente. Non li vedevano tornare. La scena che mi è rimasta più impressa nella mente ritrae mia madre che “scaricava” mia sorella fra le braccia di mio padre, mentre lei andava, disperata, alla ricerca dei miei fratelli più piccoli, facendosi largo fra la folla. Il nostro palazzo presentava molte crepe all’esterno e quando mi affacciai verso l’interno vidi tante macerie. Era orribile. In quell’istante capii di aver perso tutto.”